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L’impatto del Training di Biofeedback della Variabilità Cardiaca nelle Persone con Disturbo di Panico

Lo studio è stato condotto dall’equipe di ricerca di Villa San Benedetto Menni e Humanitas University e presentato come Tesi di Laurea in Medicina e Chirurgia, Humanitas University, anno accademico 2023-24.        

La variabilità della frequenza cardiaca è una misura della variazione del tempo tra un battito cardiaco e l’altro e riflette il funzionamento del sistema nervoso autonomo, che regola involontariamente funzioni corporee come il battito cardiaco. Una buona variabilità cardiaca indica una maggiore capacità del corpo di adattarsi a stress e cambiamenti, mentre una ridotta variabilità è associata ad una minore capacità del corpo di gestire lo stress, come avviene in alcune condizioni mentali, come ansia e depressione, suggerendo, quindi, una disfunzione del sistema nervoso autonomo.

Gli studi hanno infatti evidenziato un’associazione tra il disturbo di panico e una ridotta variabilità della frequenza cardiaca che potrebbe aumentare la vulnerabilità a problemi cardiovascolari e ridurre la qualità della vita. Alcune ricerche preliminari hanno dimostrato che l’utilizzo di tecniche che favoriscono l’aumento della variabilità cardiaca riescono a migliorare la regolazione del sistema nervoso autonomo e, di conseguenza, i sintomi d’ansia. Una di queste è il training di biofeedback della variabilità cardiaca. Si tratta di una tecnica che permette di controllare consapevolmente la variabilità della frequenza cardiaca attraverso esercizi di respirazione diaframmatica lenta. Grazie a un dispositivo che monitora il battito cardiaco e fornisce feedback visivi o uditivi in tempo reale, i pazienti apprendono come regolare la loro risposta fisiologica allo stress, migliorando così il benessere sia mentale che fisico.

Sfruttando questa tecnica abbiamo così condotto uno studio osservazionale retrospettivo pilota con l’obiettivo di valutare l’impatto dell’intervento di biofeedback della variabilità cardiaca sulla modulazione dell’attività autonomica in pazienti ambulatoriali con disturbo di panico, con o senza agorafobia.

Abbiamo incluso nello studio 10 pazienti (5 donne e 5 uomini) con diagnosi di disturbo di panico (9 con agorafobia e 1 senza). La gravità del disturbo di panico e dell’agorafobia è stata valutata utilizzando la scala Panic Associated Symptoms Scale. Tutti i pazienti inclusi nello studio sono stati sottoposti ad una valutazione fisiologica per determinare i parametri basali della variabilità cardiaca e la frequenza respiratoria durante un periodo di riposo di 5 minuti all’inizio dello studio e durante una valutazione di follow-up. Tra la valutazione iniziale e quella di follow-up, tutti i pazienti hanno seguito il training di biofeedback della variabilità cardiaca.

L’intervento di biofeedback della variabilità cardiaca nei pazienti con disturbo di panico, con o senza agorafobia, ha mostrato un miglioramento significativo della variabilità della frequenza cardiaca. Questi miglioramenti, inoltre, non sembrano essere legati alla terapia psicofarmacologica o alla gravità del disturbo.

Il nostro studio permette di concludere che il training biofeedback della variabilità cardiaca è un intervento non invasivo e non farmacologico che potrebbe favorire la regolazione autonomica nei pazienti con disturbo di panico. Ulteriori ricerche sono necessarie per determinare in che misura il training di biofeedback possa aiutare a ridurre i sintomi di panico e la gravità del disturbo.