Nel campo della salute mentale, ricevere una diagnosi di Disturbo di Panico o di Disturbo Ossessivo-Compulsivo è spesso solo il primo passo di un percorso complesso, poiché le categorie cliniche tradizionali faticano a descrivere la reale varietà della presentazione clinica. Infatti, i sintomi di diversi disturbi spesso si sovrappongono e si intrecciano, rendendo le cure standard non sempre del tutto efficaci. Proprio per colmare questo divario, il gruppo di ricerca di Villa San Benedetto e Humanitas University ha condotto uno studio per identificare e caratterizzare diversi profili psicologici in pazienti affetti da Disturbo di Panico con Agorafobia, Disturbo di Panico, Disturbo d’Ansia Generalizzata e Disturbo Ossessivo-Compulsivo.
Attraverso l’analisi di dati clinici, psicologici e parametri fisiologici come la variabilità del battito cardiaco, l’intento è stato quindi quello di definire dei fenotipi — ovvero dei modelli specifici di ogni paziente — che permettano di personalizzare gli interventi medici e psicoterapeutici.
Lo studio si è focalizzato su persone che seguono un protocollo di cura combinato, che unisce la farmacoterapia alla terapia cognitivo-comportamentale (CBT), all’interno della normale pratica clinica quotidiana.
L’obiettivo della ricerca è stato perseguito attraverso l’applicazione di due metodologie di analisi statistica avanzata. In primo luogo, è stata utilizzata l’Analisi delle Componenti Principali (PCA), una tecnica che permette di semplificare e raggruppare la grande quantità di informazioni provenienti dai numerosi test psicologici e successivamente l’ Analisi dei Cluster (Cluster Analysis) a due fasi, per identificare concretamente i profili psicologici, raggruppando i pazienti che presentavano caratteristiche psicologiche e sintomi simili tra loro, indipendentemente dalla diagnosi clinica.
Il primo profilo emerso riguarda principalmente l’area ossessivo-compulsiva e ha racchiuso un gruppo composto in prevalenza da uomini, caratterizzato da una tendenza a soffrire di più disturbi psichiatrici nello stesso periodo di tempo e da una minore capacità di mettere in campo risorse psicologiche protettive come la resilienza. Un secondo gruppo si è distinto invece per un atteggiamento marcatamente rivolto all’evitamento sociale e alla necessità di controllo, tipico di chi vive una forte ansia generalizzata, ma con una minore tendenza ad avere altri disturbi psichiatrici co-occorrenti.
C’è poi un terzo profilo, più frequente tra le donne, che concentrato maggiormente sullo spettro del panico e dell’agorafobia, con dominanza della paura degli spazi aperti, ansia che precede un evento temuto e sintomi ansiosi. Infine, il quarto gruppo era caratterizzato da quella che i ricercatori chiamano vigilanza somatica, ovvero un’attenzione estrema e quasi costante verso i segnali del proprio corpo.
Questa suddivisione suggerisce che la strada per migliorare i risultati clinici passi necessariamente per una personalizzazione della cura che si basi maggiormente sulle caratteristiche della persona e meno su una classificazione diagnostica standard. Nonostante lo studio presenti alcuni limiti legati al numero ristretto di partecipanti e per la maggior parte all’uso di test soggettivi, apre la strada a un futuro in cui la ricerca permetterà di definire quei parametri individuali che aiuteranno i clinici a scegliere il trattamento specifico per ogni individuo. L’idea futura è quella quindi di integrare sempre più parametri fisiologici, come l’attività elettrica del cervello o i ritmi del respiro, per costruire modelli predittivi capaci di anticipare quale terapia sarà davvero efficace per quel tipo specifico di persona.